Censura “Made in Italy”

Hanno provato a censurare anche me, che di certo sono l’ultima ruota del carro nel panorama della lotta per la libertà di scelta terapeutica. Evidentemente però ho smosso qualche coscienza. E quel che è successo lo scorso venerdì a Cesenatico, prima, dopo e durante la mia serata informativa, mi ha fornito degli strumenti molto utili per comprendere ancora più a fondo il modus operandi di chi, dalla comodità della propria poltrona, fa di tutto per soffocare la nostra libertà di parola-pensiero-azione.

Mi sono scontrata (perché il confronto è stato impossibile) con un degno rappresentante del popolino italiano. Quello stesso popolino sul quale la nostra politica punta per disseminare rabbia e disinformazione e, soprattutto, per incitare all’odio nei confronti di chi vuol vivere ed agire “fuori dal gregge”. Un popolino che subisce la cattività, che non possiede gli strumenti per ribellarsi ad essa e che quindi, inevitabilmente, s’incattivisce. Un popolino che diviene, di conseguenza, l’esercito ideale per scatenare una insensata guerra fra poveri. Quella guerra tanto voluta da chi ci governa.

Ho visto tutto questo negli occhi di chi mi ha attaccata, ma non ferita e tantomeno affondata (semmai, per qualche momento, destabilizzata). L’incongruenza. L’aggressività. La volontà di screditare quanto da me riportato senza disporre della preparazione adeguata per farlo, ma avvalendosi di una lunga serie di dati ed informazioni tratti, parole sue, pari pari dalle testate giornalistiche. E ciò, a mio avviso, è molto significativo.

I “potenti” non scenderanno mai in campo per affrontare chi sta lottando con tutte le energie per veder conservati i propri diritti e per non cedere ad una indegna dittatura sanitaria. Manderanno in prima linea, sul fronte, in trincea, i suoi soldati più programmati, più plagiati, più indottrinati. Coloro che hanno deciso che nella vita sia più comodo e conveniente lasciarsi trascinare dalla corrente anziché divenire gli indiscussi protagonisti della propria esistenza.

© Federica Santi 2017

 

In testa al corteo… la CONSAPEVOLEZZA

Modena. Primo aprile 2017. Manifestazione e convegno sulla libertà di scelta vaccinale organizzati dall’Associazione RIPRENDIAMOCI IL PIANETA.

Oltre ogni discorso, oltre ogni emozione…sento di voler rinnovare il più commosso dei miei “GRAZIE”. Ed è un grazie che invio a tutti coloro che ieri c’erano. Gli uni per gli altri, a sfilare pacificamente, col sorriso e con la determinazione di chi vuole cambiare le cose, partendo dalla CONSAPEVOLEZZA. In prima fila…I bambini. Ce n’erano tantissimi. E noi eravamo lì soprattutto per loro!!!

Oltre 500 persone lungo le vie modenesi. 350 a stra-riempire il teatro che ci ha ospitati durante il convegno. In più occasioni mi è stato difficile contenere la forte commozione, non potendo dimenticare che io ero lì in veste di madre di bimbo danneggiato da vaccino. Ho potuto sentire scorrermi sottopelle l’energia e la vitalità di un folto numero di persone riunite nell’impegno  concreto di mantenere intatti ed inalterati i propri diritti. Non a parole, non a suon di “mi piace”, ma con la presenza. Anima e corpo. Andando così ben oltre gli inutili e rassegnati “non posso fare nulla per cambiare questo mondo”. Spegnendo i televisori. Indossando scarpe e zaini e scendendo in strada. Pacificamente. Ma con la forza ed il coraggio che solo la consapevolezza può donare. 

Per quel che mi riguarda l’emozione è raddoppiata nel momento in cui, come previsto dalla scaletta, ho condiviso il palco con Massimo Rodolfi presidente dell’associazione​ RIP, Alessandro Lippo, il Dott. Massimo Pietrangeli​, il Dott.Dario Miedico ed Ana Demian. Parlare dinanzi a 350 persone ha richiesto non poco coraggio, ma ho avvertito nei presenti una partecipazione talmente sincera e rispettosa da mettermi nella condizione di poter essere semplicemente me stessa. Senza alcun tipo di forzatura o di tensione. È stato come parlare a degli amici veri. Amici spinti dal desiderio sincero di ascoltare la storia della mia famiglia. Ero lì. In mezzo a loro e per loro. E loro erano lì anche per me. Per farmi capire che non sono sola e che posso godere dell’affetto di innumerevoli compagni di viaggio. 

Questa mattina, due aprile, saluto Modena per tornare dalla mia famiglia, che tanto avrei voluto avere al mio fianco ieri. Porto ai miei figli ed a mio marito tutti gli abbracci che mi avete generosamente donato. E vi custodisco tutti nel cuore… nella speranza di rivedervi presto. 

Di nuovo…GRAZIE. 

Via le etichette!!!

Pochi giorni fa, una dottoressa molto in gamba e lungimirante, mi ha suggerito di porre particolare attenzione ad una azione ricorrente del mio primogenito: quella di voler strappare dagli oggetti qualsiasi tipo di etichetta. Dalle bottiglie così come dai vestiti. Un gesto che qualunque persona potrebbe interpretare come una strana abitudine. Per lo più trascurabile. Ed invece, siccome nessun gesto viene compiuto a caso, proprio perché mio figlio non ha ancora raggiunto una fluente comunicazione verbale, ha deciso di inviarmi un messaggio inequivocabile e, aggiungerei, del tutto comprensibile. “VOGLIO LIBERARMI DALL’ETICHETTA COL QUALE SONO STATO MARCHIATO. L’AUTISMO.”. Ad alcuni potrà sembrare un’interpretazione assurda, azzardata, “tirata per i capelli”. Ma sappiamo perfettamente come la comunicazione possa avvenire a più livelli e che anzi, proprio quella non verbale riesca a fornirci spesso molte più informazioni delle parole stesse. Nel suo caso poi, essendoci una diagnosi importante ad appesantire il concetto di etichetta, è assai naturale che mio figlio voglia liberarsene. Io lo interpreto come un importante passo verso la consapevolezza. Verso la maturità di un bambino che vuol scrollarsi di dosso anni di dolorose e sterili classificazioni.

La nostra società è infarcita di etichette. Ne esiste una per ogni singola cosa o situazione. Tutto deve avere un nome e tutto deve essere collocato sullo scaffale giusto. E questo accade anche e soprattutto con le persone. L’ansioso. L’isterico. L’iperattivo. L’ossessivo-compulsivo. L’autistico. Ad ogni etichetta corrisponde una diagnosi e gli “esperti” dichiarano di essere diventati particolarmente abili a snocciolarle. Questo, per loro, è un bene. Questo, per me, è semplicemente pericoloso e non mi fa presagire nulla di buono. 

Per fortuna i bambini conservano una saggezza profonda e sanno urlare e ribellarsi contro tutto ciò che va contro Natura. Tutto ciò che fa percepire il “diverso” come malato. Spesso “irrecuperabile”. La diversità non è più vista come un valore aggiunto, bensì come qualcosa da raddrizzare. Da aggiustare. Semplicemente perché va contro corrente. Ciò non significa che alcune persone non necessitino realmente di supporto per superare limiti e difficoltà che possono essere dovute a ragioni biologiche, a traumi o a qualsiasi altra motivazione. Ma, come per mille altre circostanze, l’etichetta tende più a condannare e ad isolare che a fornire un vero e valido aiuto. 

Copyright Federica Santi 2017

Il potere in una penna 

“Noi giornalisti siamo per la verità ad ogni costo. E per la menzogna a prezzo da concordare”. E se questo prezzo fossimo tutti noi a pagarlo?

Chi mi segue sa che mi occupo per lo più di vaccini e dei danni ad essi correlati. E sa quindi quanto io inorridisca dinanzi a certi titoloni fuorvianti e ad altrettanti articoli zeppi di notizie prive di alcun fondamento scientifico. Ma soprattutto prive di onestà.

Mi imbatto giorno dopo giorno in una maleodorante melma mediatica che fatico davvero a tollerare. Soprattutto perché è evidente come essa eserciti uno schiacciante potere sulle persone prive di spirito critico.

La penna del giornalista spesso diventa un’arma. E qualora questa scriva di Salute e Sanità può essere potenzialmente fatale.

La mia inguaribile fiducia nell’integrità delle persone e nella professionalità delle stesse mi ha sempre portata a pensare che il giornalista rivestisse un ruolo socialmente fondamentale. E che, consapevole di ciò, fosse del tutto incapace di venir meno ai suoi obblighi principali. Primo fra questi il dovere di essere sempre imparziale ed obiettivo nell’esposizione dei fatti. E, se possibile, adeguatamente informato.

Capirete quindi quanto il “mito” sia per me del tutto appassito. E questo non perché leggo e rileggo nelle testate più rinomate solo articoli palesemente schierati (dalla parte di chi allunga la “mancia”), ma perché mancano nei contenuti. Riportano informazioni errate. Palesemente ed imperdonabilmente errate. Menzogne malamente travestite da Verità. Menzogne che raggiungono il livello del paradosso. Ma si sa…Qualsiasi bugia può diventare la più solida delle verità se ripetuta fino allo sfinimento.

Nel giornalista è morto l’instancabile spirito indagatore. Il desiderio di ascoltare e di verificare. Con criterio scientifico. Oggi lo scopo è quello di assecondare ciò che dall’alto LORO chiedono. O che addirittura dettano. Il giornalista perde egli stesso la sua voce. Si trasforma in un umile scribacchino. E forse è tristemente inconsapevole che la sua firma e la sua penna vengano utilizzate per coprire loschi giochi di potere. Se invece ne è cosciente ecco che diventa un servo. Ma allo stesso tempo un complice.

© Federica Santi 2017

Un brindisi… agli ex amici!

La diagnosi di autismo di mio figlio Nicola mi ha portato via tanto. Troppo. Serenità familiare…Sorrisi…Sonno…Sogni… Ma ha allontanato dalla mia vita anche un numero discreto di persone. Gli amici. O presunti tali. E di questo non potrò mai smettere di nutrire un profondo senso di gratitudine. 

Non è stato facile notare come, una ad una, le persone che facevano parte della mia vita, a diagnosi conclamata si siano dissolte nel nulla. Passo dopo passo. Silenziosamente. Nella speranza che un distacco graduale da loro potesse impedirmi di prendere coscienza di quanto stesse accadendo.

Per almeno due anni consecutivi ho vissuto senza avere una amica da chiamare per concedermi un po’ di svago. Davanti ad un caffè o ad una pizza. Nei momenti più bui prendevo il telefono in mano e chiedevo miseramente a me stessa : “e adesso chi chiamo?”. La riposta non tardava ad arrivare ed io mi sentivo sempre più sola. Nemmeno le amiche d’infanzia. Nemmeno quelle hanno avuto la forza di rimanermi accanto. Sebbene, nei momenti di bisogno (loro) abbiano ripetutamente bussato alla mia porta. Trovandola, tra l’altro, sempre spalancata.

Io oggi ho la forza di capire che la vita mi ha concesso un gran dono facendo sì che le cose evolvessero in tal modo. Allontanando individui che, probabilmente, nei miei confronti non hanno mai nutrito un vero affetto. O che forse mi avvertono come “troppo complicata, troppo carica di problemi” per essere una piacevole compagnia da frequentare. Questa profonda pulizia tra le amicizie è stata fondamentale. Purificatrice. Anche se mi ha causato molto dolore ha permesso di lasciare ampio spazio a coloro che, col tempo, si sono avvicinati a me ed alla mia famiglia guidati da un sincero sentimento di amicizia e di empatia.

Certo io posso comprendere… o quantomeno posso cercare di farlo…l’imbarazzo di chi, dinanzi ad atteggiamenti inconsueti di un bimbo speciale, al dolore della sua famiglia, ai molteplici e spesso fallimentari tentativi di contenere improvvise ed imprevedibili crisi, una persona possa sentirsi disarmata…disorientata…incapace…persino impaurita… Ma basterebbe parlare. Confrontarsi. Esprimere sinceramente il proprio sentire. Senza paura né vergogna. Noi genitori di bimbi diversamente fantastici siamo allenati a superare sfide ardue. Importanti. Ed apprezziamo l’onestà.

Quindi io oggi, non più spinta dall’amarezza bensì quasi dalla tenerezza e dalla compassione, alzo il calice brindando agli ex amici. A coloro che sono rimasti al mio fianco nella gioia, ma non hanno fatto altrettanto nel dolore. A coloro che han dimostrato di non meritare il mio affetto e che, togliendo il disturbo, mi hanno regalato l’opportunità di essere circondata da persone forti e meravigliose. Persone l’amicizia delle quali io sento di meritare. Altrimenti non si sarebbero mai affacciate alla mia vita. Così come io alla loro.

Cin cin a tutti gli altri! E buona vita.

Quel “Se” che squarcia il cuore…

Questo articolo nasce da un “Se”. Un “se” mastodontico. Immenso. Che risucchia una grande energia vitale. Un “Se” che mi è stato posto da un’anima poco gentile, la quale non ha avuto rispetto per il mio dolore di madre, e che ha aperto uno squarcio nel mio cuore.

“Se tuo figlio fosse normale come quello di tutti gli altri, saresti così agguerrita nella campagna contro i vaccini?”. Ebbene…tale domanda, seppur posta da una persona che per me non possiede nemmeno un volto e che quindi non riveste alcuna importanza nella vita, mi ha violentata nello spirito. Tant’è che non riesco a non pensarci. 

Quel “Se” che cela al suo interno un intero mondo nascosto. Un mondo fatto di giornate felici e sorridenti. Giornate nelle quali mio figlio Nicola era effettivamente “normale”. Quanto piace questa parola a certe persone. Se ne riempiono così tanto la bocca da non riuscire nemmeno più a pronunciare qualcosa di sensato. Di empatico. Di compassionevole. 

Io non vivo di “se” e di “ma”. Già da tanto tempo. Non mi fermo a sognare il futuro. Perché il mio futuro è l’oggi. L’adesso. L’ “anormalità” che mi ha fagocitato la vita non concede progetti da realizzare, ma mi tiene ancorata ad un presente che è tutto intriso di lotte e speranze. Non penso a come sarebbe l’esistenza se Nicola fosse… non penso a come sarebbe spensierato Enrico se Nicola fosse…non penso a come vivremmo il nostro amore mio marito ed io se Nicola fosse…

Nicola È. Punto. Ed è così oggi. Lottiamo affinché non sia più così domani. Qualsiasi altro “se” non può trovare collocazione in questa mia amata famiglia che, come tutte le altre, vuol solo godersi un po’ di meritata felicità.

Di conseguenza questi “se” li lascio a chi cerca disperatamente di colmare i vuoti della propria vita. Vuoti creati da scelte sbagliate e da strade imboccate nel senso contrario di marcia. “Se” incatenati a schiaccianti “se solo avessi…”. 

Io ho già sconfitto il mio “se solo avessi”. Mi sono perdonata. E da lì ho ricominciato. Senza dubbi né perplessità. Ma solo con una grande determinazione e la voglia indomabile di assaporare il presente facendo del mio meglio come madre e moglie. Ma prima di tutto come donna. 

Proseguo…a piedi nudi.

A questo punto della vita decido di proseguire il mio cammino così. A piedi nudi. Lo faccio per assaporare al meglio questa Vita alla quale, sino ad ora, ho concesso di offrirmi scarpe sempre troppo scomode e lacci sempre troppo stretti. 

Le guardo, queste scarpe ormai consunte, e le lancio il più lontane possibile da me, in quell’oceano amico che le ingoiera’, dalle vivaci spume, nei suoi più remoti abissi. Di loro non resterà alcuna traccia. Se non nel mio cuore. Perché, sebbene mi abbiano fatto male, tanto male, mi han condotta sino a qui. Percorrendo fedelmente al mio servizio per lo più sentieri inospitali. Siamo cadute assieme. Ci siamo ferite assieme. Ma mi hanno sorretta quando zoppicavo e per questo devo loro un minimo di gratitudine. Ciononostante eravamo ormai diventate del tutto incompatibili. La separazione è stata inevitabile.

Ora sono scalza e posso davvero percepire il mondo, la Vita pulsare sotto i miei piedi, ma non riesco a sentire più il suono dei miei passi e questo mi disorienta. Ero abituata a scarpe rumorose. Scarpe che, pur di far sentire la propria voce, battevano forte e con insistenza, tanto forte da far tremare il terreno, procurandomi spesso dolorose lacerazioni. Soprattutto all’Anima. 

Temo che nessuno possa più sentirmi a questo punto. Così come sono, a piedi nudi e silenziosa, divento impercettibile. Invece, con grande stupore, mi accorgo che proprio ora che il mio corpo ha smesso di urlare, che le mie scarpe ed i miei piedi han terminato di dimenarsi per attirare l’attenzione, il Mondo si accorge realmente di me. Percepisce il battito del mio cuore così come il mio respiro. 

Ed io, finalmente, esisto.
Copyright Federica Santi 2017

2016…ti saluto e ti ringrazio.

Caro 2016,

mi rivolgo a te come ad un amico. Un amico che tanto mi ha tolto…ma che ancor di più mi ha donato. Così come è accaduto con i tuoi fratelli predecessori, mi accingo a salutarti nella piena consapevolezza che non ci rivedremo mai più. Nel farlo non provo tristezza, né rimpianti. Ti ho vissuto, giorno dopo giorno, nel modo più intenso possibile.

Sappi, però, che il percorso intrapreso al tuo fianco è stato per lo più drammatico e sofferto. Tu mi hai insegnato a sopportare il VERO dolore. E soprattutto mi hai dato la possibilità di scoprire in me una forza ed una determinazione inaspettate.

Ti ringrazio. Per molteplici motivi.

Grazie…per aver reso muto mio figlio Nicola per sette interminabili mesi. Laddove la parola ha smesso di fungere da incontrastato veicolo comunicativo io ho potuto davvero re-imparare a comunicare con l’Anima. Cosa che i bambini sanno fare alla perfezione.

Grazie per aver permesso di riconoscermi come “una buona mamma”‘ in questi 366 giorni d’anno bisestile, ponendomi dinanzi a situazioni limite, durante le quali sarebbe stato umano e comprensibile perdere il lume della ragione. Ritrovare più e più volte mio figlio Nicola paralizzato sotto il tavolo in posizione fetale, con gli arti irrigiditi e la bava alla bocca, mi ha aiutata a gioire anche dei suoi fugaci sorrisi. I quali, grazie al cielo, ora sono abbondanti e sereni.

Grazie per la rabbia che finalmente il mio piccolo Enrico ha cominciato ad esprimere. Sentimento dettato da troppi mesi di distacco emotivo, durante i quali mio marito ed io ci siamo concentrati solo sui macroscopici problemi familiari legati alla salute di Nicola. Non è semplice sedare attacchi di gelosia e di ira. Ma le emozioni vanno fatte esplodere fuori da se stessi. Mai dentro. Sono fiera di Enrico per la sua forza.

Grazie per avermi quasi del tutto tolto l’amore di mio marito. La nostra importante crisi ci ha restituito la forza per prenderci nuovamente per mano e guardarci allo specchio ANCHE come COPPIA. E non più solo come individui singoli schiacciati dal dolore ed ormai incapaci di comunicare fra loro.

Grazie per le innumerevoli notti insonni. Praticamente tutte. Mi han fatto comprendere di non essere indistruttibile e di dovermi concedere momenti di Pace e riflessione. 

Grazie per aver allontanato dalla mia vita gran parte delle persone tossiche per me e per la mia famiglia. Altre sono costretta mio malgrado a tollerarle. Ma nella piena consapevolezza di essere finalmente in grado di chiudere la porta in faccia a chiunque tenti di minare l’armonia mia e dei miei amori più importanti. 

Grazie per avermi insegnato a dire di “NO”!

Grazie per le centinaia di persone che durante il tuo scorrere incalzante si sono avvicinate a me. Accogliendomi come se mi conoscessero da sempre. O ancor da prima.

Grazie per i mille ostacoli. Quotidiani. Sempre più impegnativi. Mi hanno insegnato a dire “BASTA. MERITO ANCHE IO IL MEGLIO”. Ora sono alla ricerca della via per ottenerlo. E so che ce la farò. Mi trovo già sulla buona strada.

Grazie per avermi tolto il respiro. Per avermi dato la sensazione di non riuscire a proseguire in questo percorso chiamato Vita. Il superamento di ogni singola crisi è stata come una Rinascita. E quante volte sono rinata al tuo fianco…un’infinita.

Grazie perché con te finalmente ho capito di essere importante. Di valere. E di essere meravigliosamente in grado di risolvere situazioni critiche. Di riuscire a crescere anche sui terreni più inospitali. E di sapermi concedere IL GIUSTO TEMPO. Quello necessario a migliorarmi. A rispettarmi. Ad amarmi.

La causa principale della guarigione è l’AMORE.

schermata-2016-11-05-alle-07-43-53

“La causa principale della guarigione è l’amore”. Questo è uno dei pensieri più preziosi lasciati in eredità da Paracelso, medico, alchimista e astrologo svizzero, nonché una delle figure più rappresentative del Rinascimento. Con poche e significative parole è riuscito a trasmettere una verità intramontabile, ma ahimè per lo più dimenticata, soprattutto da chi, per professione, dovrebbe occuparsi  di salvaguardare il benessere delle persone. Della loro salute. Possibilmente prima che la stessa venga compromessa.

Trattasi di un insegnamento antico che ha sempre efficacia e sempre ne avrà. Ed io ne ho avuto la prova lampante proprio ieri, durante il sesto compleanno del mio primogenito Nicola.

Molti di voi conoscono la sua storia. Per chi non ne sapesse nulla farò un breve riassunto. Nicola è rimasto danneggiato dal vaccino trivalente MPR ed ora la diagnosi che pesa sulle sue spalle è “disturbo dello spettro autistico”. Diagnosi che pare non concedere speranze di guarigione, ma dopo tante ricerche abbiamo scoperto che non è così. Nicola viene seguito egregiamente dal dott. Eugenio Serravalle, col quale abbiamo intrapreso un impegnativo percorso disintossicante attraverso la Cease Therapy. Il percorso lungo, penoso e tutto in salita. Ma essendo l’unico a concederci una speranza…lo si segue tentando di non farci scoraggiare dagli eventi. I miglioramenti sono evidenti e nutrono la nostra speranza di uscire da quest’incubo.

Ieri però ho avuto la prova lampante ed inconfutabile di come i nostri atteggiamenti ed i nostri sentimenti possano contribuire  a raggiungere la guarigione in tempi sensibilmente più rapidi. Nicola ha vissuto una giornata completamente immerso nell’amore e nella spensieratezza. La gioia per il compimento del suo sesto anno di età si poteva davvero toccare con mano. Nonostante i problemi quotidiani siamo riusciti ad assaporare una giornata pregna di felicità. E lui ha risposto a tutto ciò in modo del tutto inaspettato. Ha sorriso tutto il giorno ed i suoi occhi hanno espresso incontenibile contentezza. Mi ha baciata e ha soffiato le candeline con grande entusiasmo. E ha giocato. Cosa che non accadeva da tempo e, soprattutto, cosa che durante le sedute terapeutiche non è praticamente mai accaduto.

Ho letto gratitudine nel suo sguardo. E quel meraviglioso sorriso mi ha trasmesso gioia nella vita. Rinnovata speranza. In poche ore ha raggiunto delle mete preziose e tutto perché spinto dall’amore che sentiva danzare attorno a sé… avvolgerlo e scaldargli il cuore.

Non che mio figlio nella quotidianità non riceva amore, ma chi vive una situazione simile alla mia sa bene quanto sia difficile conservare il sorriso e la positività. Ieri però questo è accaduto e, come risultato, ho rinnovato in me la totale consapevolezza di come l’Amore, quello universale, sia il più potente medicinale esistente. Non riproducibile in laboratorio (chissà…forse qualche casa farmaceutica un giorno proverà a farlo), ma disponibile sempre e per tutti, se gli permettiamo di emergere nella nostra vita e di diventarne l’indiscusso protagonista!

 

Tu che sei mio fratello…

schermata-2016-09-30-alle-15-41-20

Mio caro Nicola,

sono più piccino di te e sto dettando alla mamma questa lettera perché ancora non sono capace di scrivere. Ma ho delle cose importanti da dirti e quindi…eccomi qui.

La mia speranza è che, in un giorno non troppo lontano, tu possa leggere le mie parole e gioirne, perché in queste righe cercherò di esprimere tutto l’amore che provo nei tuoi confronti. Nonché i miei sentimenti.

Essere tuo fratello, devo ammetterlo, non è sempre facile. Spesso ti cerco, desidero giocare con te, ma raramente riesco a catturare la tua attenzione… per farti comprendere che tutto ciò che voglio e stare al tuo fianco e ridere assieme.

E poi, quando vieni imprigionato nelle tue crisi, io provo tanta tanta paura. Percepisco la  rabbia e la voglia di liberarti dalle catene della tua malattia. Si, perché ti hanno fatto ammalare. Non sei nato così. Le tue urla infinite ed il tuo desiderio di spaccare tutto ciò che ti circonda mi fanno capire quanto tu sia consapevole di quel che ti è successo. Sono piccino. Ma le cose le comprendo. E poi…io e te comunichiamo ad altri livelli.

Ho appena compiuto quattro anni e per oltre i due terzi della mia vita ho convissuto con le preoccupazioni di mamma e papà in merito al tuo stato di salute. Ho assistito a discussioni, ho viaggiato al tuo fianco per farti visitare dai medici migliori. Ho guardato la mamma piangere silenziosamente per non farsi sentire da noi due. E, con grande tristezza, ho anche incrociato lo sguardo di tutte quelle persone cattive ed ignoranti che ti hanno osservato come se fossi un marziano con tre occhi e sei gambe.

Tu per me sei semplicemente mio fratello. Sei Nicola. Ed anche se sono ancora piccolo sento già il desiderio di prendermi cura di te. Questo l’avrai notato. Ti aiuto a toglierti le scarpe o la giaccia, oppure ti riprendo quando metti qualcosa di pericoloso in bocca. Qualche volta ti ho persino dato da mangiare. E, soprattutto, gioisco per i tuoi meravigliosi progressi quotidiani. Quando ti sento parlare e cantare. Con la tua meravigliosa voce…che mamma e papà hanno tanto atteso di riascoltare.

A proposito…mamma e papà. Mi sono sentito un po’ trascurato da loro, soprattutto nel mio secondo anno di vita, quando correvano per portarti a terapie e mi lasciavano spesso dai nonni. Io non provo rabbia né gelosia. Hanno fatto ciò che han potuto. E sempre con immenso amore.

Ora stiamo molto di più assieme e la mamma mi coccola tanto. Io le dico che sono il suo bebè. Forse…perché, nel profondo del mio cuore, vorrei tornare ad essere un neonato. Quando tutti noi ci sentivamo più liberi e felici. Ed in particolare quando tu eri ancora sano.

Ti voglio un bene immenso e sempre te ne vorrò.

Enrico