Il potere in una penna 

“Noi giornalisti siamo per la verità ad ogni costo. E per la menzogna a prezzo da concordare”. E se questo prezzo fossimo tutti noi a pagarlo?

Chi mi segue sa che mi occupo per lo più di vaccini e dei danni ad essi correlati. E sa quindi quanto io inorridisca dinanzi a certi titoloni fuorvianti e ad altrettanti articoli zeppi di notizie prive di alcun fondamento scientifico. Ma soprattutto prive di onestà.

Mi imbatto giorno dopo giorno in una maleodorante melma mediatica che fatico davvero a tollerare. Soprattutto perché è evidente come essa eserciti uno schiacciante potere sulle persone prive di spirito critico.

La penna del giornalista spesso diventa un’arma. E qualora questa scriva di Salute e Sanità può essere potenzialmente fatale.

La mia inguaribile fiducia nell’integrità delle persone e nella professionalità delle stesse mi ha sempre portata a pensare che il giornalista rivestisse un ruolo socialmente fondamentale. E che, consapevole di ciò, fosse del tutto incapace di venir meno ai suoi obblighi principali. Primo fra questi il dovere di essere sempre imparziale ed obiettivo nell’esposizione dei fatti. E, se possibile, adeguatamente informato.

Capirete quindi quanto il “mito” sia per me del tutto appassito. E questo non perché leggo e rileggo nelle testate più rinomate solo articoli palesemente schierati (dalla parte di chi allunga la “mancia”), ma perché mancano nei contenuti. Riportano informazioni errate. Palesemente ed imperdonabilmente errate. Menzogne malamente travestite da Verità. Menzogne che raggiungono il livello del paradosso. Ma si sa…Qualsiasi bugia può diventare la più solida delle verità se ripetuta fino allo sfinimento.

Nel giornalista è morto l’instancabile spirito indagatore. Il desiderio di ascoltare e di verificare. Con criterio scientifico. Oggi lo scopo è quello di assecondare ciò che dall’alto LORO chiedono. O che addirittura dettano. Il giornalista perde egli stesso la sua voce. Si trasforma in un umile scribacchino. E forse è tristemente inconsapevole che la sua firma e la sua penna vengano utilizzate per coprire loschi giochi di potere. Se invece ne è cosciente ecco che diventa un servo. Ma allo stesso tempo un complice.

© Federica Santi 2017

Un brindisi… agli ex amici!

La diagnosi di autismo di mio figlio Nicola mi ha portato via tanto. Troppo. Serenità familiare…Sorrisi…Sonno…Sogni… Ma ha allontanato dalla mia vita anche un numero discreto di persone. Gli amici. O presunti tali. E di questo non potrò mai smettere di nutrire un profondo senso di gratitudine. 

Non è stato facile notare come, una ad una, le persone che facevano parte della mia vita, a diagnosi conclamata si siano dissolte nel nulla. Passo dopo passo. Silenziosamente. Nella speranza che un distacco graduale da loro potesse impedirmi di prendere coscienza di quanto stesse accadendo.

Per almeno due anni consecutivi ho vissuto senza avere una amica da chiamare per concedermi un po’ di svago. Davanti ad un caffè o ad una pizza. Nei momenti più bui prendevo il telefono in mano e chiedevo miseramente a me stessa : “e adesso chi chiamo?”. La riposta non tardava ad arrivare ed io mi sentivo sempre più sola. Nemmeno le amiche d’infanzia. Nemmeno quelle hanno avuto la forza di rimanermi accanto. Sebbene, nei momenti di bisogno (loro) abbiano ripetutamente bussato alla mia porta. Trovandola, tra l’altro, sempre spalancata.

Io oggi ho la forza di capire che la vita mi ha concesso un gran dono facendo sì che le cose evolvessero in tal modo. Allontanando individui che, probabilmente, nei miei confronti non hanno mai nutrito un vero affetto. O che forse mi avvertono come “troppo complicata, troppo carica di problemi” per essere una piacevole compagnia da frequentare. Questa profonda pulizia tra le amicizie è stata fondamentale. Purificatrice. Anche se mi ha causato molto dolore ha permesso di lasciare ampio spazio a coloro che, col tempo, si sono avvicinati a me ed alla mia famiglia guidati da un sincero sentimento di amicizia e di empatia.

Certo io posso comprendere… o quantomeno posso cercare di farlo…l’imbarazzo di chi, dinanzi ad atteggiamenti inconsueti di un bimbo speciale, al dolore della sua famiglia, ai molteplici e spesso fallimentari tentativi di contenere improvvise ed imprevedibili crisi, una persona possa sentirsi disarmata…disorientata…incapace…persino impaurita… Ma basterebbe parlare. Confrontarsi. Esprimere sinceramente il proprio sentire. Senza paura né vergogna. Noi genitori di bimbi diversamente fantastici siamo allenati a superare sfide ardue. Importanti. Ed apprezziamo l’onestà.

Quindi io oggi, non più spinta dall’amarezza bensì quasi dalla tenerezza e dalla compassione, alzo il calice brindando agli ex amici. A coloro che sono rimasti al mio fianco nella gioia, ma non hanno fatto altrettanto nel dolore. A coloro che han dimostrato di non meritare il mio affetto e che, togliendo il disturbo, mi hanno regalato l’opportunità di essere circondata da persone forti e meravigliose. Persone l’amicizia delle quali io sento di meritare. Altrimenti non si sarebbero mai affacciate alla mia vita. Così come io alla loro.

Cin cin a tutti gli altri! E buona vita.

Quel “Se” che squarcia il cuore…

Questo articolo nasce da un “Se”. Un “se” mastodontico. Immenso. Che risucchia una grande energia vitale. Un “Se” che mi è stato posto da un’anima poco gentile, la quale non ha avuto rispetto per il mio dolore di madre, e che ha aperto uno squarcio nel mio cuore.

“Se tuo figlio fosse normale come quello di tutti gli altri, saresti così agguerrita nella campagna contro i vaccini?”. Ebbene…tale domanda, seppur posta da una persona che per me non possiede nemmeno un volto e che quindi non riveste alcuna importanza nella vita, mi ha violentata nello spirito. Tant’è che non riesco a non pensarci. 

Quel “Se” che cela al suo interno un intero mondo nascosto. Un mondo fatto di giornate felici e sorridenti. Giornate nelle quali mio figlio Nicola era effettivamente “normale”. Quanto piace questa parola a certe persone. Se ne riempiono così tanto la bocca da non riuscire nemmeno più a pronunciare qualcosa di sensato. Di empatico. Di compassionevole. 

Io non vivo di “se” e di “ma”. Già da tanto tempo. Non mi fermo a sognare il futuro. Perché il mio futuro è l’oggi. L’adesso. L’ “anormalità” che mi ha fagocitato la vita non concede progetti da realizzare, ma mi tiene ancorata ad un presente che è tutto intriso di lotte e speranze. Non penso a come sarebbe l’esistenza se Nicola fosse… non penso a come sarebbe spensierato Enrico se Nicola fosse…non penso a come vivremmo il nostro amore mio marito ed io se Nicola fosse…

Nicola È. Punto. Ed è così oggi. Lottiamo affinché non sia più così domani. Qualsiasi altro “se” non può trovare collocazione in questa mia amata famiglia che, come tutte le altre, vuol solo godersi un po’ di meritata felicità.

Di conseguenza questi “se” li lascio a chi cerca disperatamente di colmare i vuoti della propria vita. Vuoti creati da scelte sbagliate e da strade imboccate nel senso contrario di marcia. “Se” incatenati a schiaccianti “se solo avessi…”. 

Io ho già sconfitto il mio “se solo avessi”. Mi sono perdonata. E da lì ho ricominciato. Senza dubbi né perplessità. Ma solo con una grande determinazione e la voglia indomabile di assaporare il presente facendo del mio meglio come madre e moglie. Ma prima di tutto come donna.