Compassione…non compatimento!

A volte basterebbe fermarsi ad analizzare il VERO significato delle parole, come sono composte, la loro radice, per poter comprendere come esse vengano molto spesso usate in modo improprio. L’esito finale è che il messaggio in esse custodito viene del tutto snaturato. Frainteso. Addirittura stravolto.

Senza voler indossare i panni di linguista, che assolutamente non sono, desidero soffermarmi su due termini che mi stanno molto a cuore. Forse perché, da madre che ha impostato la propria vita sulla pacifica ma determinata lotta contro l’ingiustizia subita dal proprio primogenito, e da altri tanti bambini, molto spesso vorrei sentirmi circondata da sincera e disinteressata compassione. Sottolineo compassione. Non compatimento. Sono queste le parole prese in esame. Parole che spesso vengono utilizzate come fossero sinonimi, ma che in realtà han ben poco in comune.

Compassione (cum passum) trasmette la capacità e la volontà di procedere allo stesso passo. Provando empatia, comprendendo e rispettando lo stato d’animo di chi ci sta accanto. Procedendo al suo fianco, tendendo una mano, ma senza lasciarsi fagocitare dal suo stesso dolore. Cosa che invece accade se ci abbandoniamo al compatimento (con …patimento. La parola si spiega da sé).

Che le parole perdano e disperdano i loro più intimi significati nel corso del tempo è cosa che accade di frequente, ma ritengo sarebbe opportuno soffermarsi di tanto in tanto a ritrovare la bellezza in loro insita. A riscoprirne il reale messaggio. 

La parola compassione, ad esempio, racchiude in sé una bellezza sconfinata. Se dovessi rappresentarla tramite un dipinto vedrei due anime che procedono allo stesso passo laddove il più forte sostiene il più debole, zoppicante e malconcio, ma senza egli stesso zoppicare. Anzi, conservando tutta la sua forza fisica e spirituale. Finché il debole, passo dopo passo, non riesca a raddrizzare schiena e gambe per riprendere a camminare in autonomia nel percorso della Vita. 

Un’altra efficace immagine che mi viene spesso proposta da mio marito è quella di due piccole barche che procedono vicine in un lago. La prima è solida e ben strutturata. La seconda invece è rimasta lacerata e comincia ad affondare. La compassione ha luogo nel momento in cui il passeggero della barca integra porge una mano al suo vicino per aiutarlo a salvarsi dall’annegamento, facendo ben attenzione però a non salire egli stesso sull’imbarcazione che sta affondando.

Senza empatia però, almeno a mio avviso, la compassione non può trovare dimora nel cuore delle persone. E credo che sia un sentimento congenito, difficilmente “allenabile”, in quanto prevede prima di tutto spontaneità e sincero altruismo. 

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