Silenzio…fa la nanna!

Essere contrari ai “feroci”metodi educativi di Estivill non è poi cosa così complessa. Basta essere dotati di un cuore materno/paterno pulsante. Ma con questo breve articolo vorrei compiere un ulteriore passo nel meraviglioso mondo della nanna dei nostri cuccioli. Io sono una madre assolutamente favorevole al co-sleeping (qualora sia una reale necessità del bambino e non una incapacità dei genitori di staccarsi dai figli),  e ciò che davvero mi trova in disaccordo con la maggioranza delle mamme e dei papà incontrati nella mia vita è il pensiero comune (o quasi) secondo il quale i bimbi, durante il loro sonno, debbano adattarsi a qualsiasi tipo di situazione acustica che li circonda. 

“Devono abituarsi a dormire in qualunque situazione”, è la frase standard che mi sono sentita ripetere quando chiedevo ai miei ospiti/parenti di parlare a bassa voce se i bambini si erano già addormentati. Pensiero che, sinceramente, non ho mai apprezzato e che trovo oltremodo irrispettoso in merito alla necessità di riposo dei bambini.

È una situazione che si ripropone anche in altri contesti. L’adulto si comporta come se il bambino fosse una persona di importanza inferiore e per questo motivo deve adattarsi ai ritmi dei grandi, al frastuono dei grandi, agli orari dei grandi, alle esigenze dei grandi.

Quello del sonno è un momento prezioso e per i bimbi lo è ancor di più dato che han bisogno di svariati riposini per crescere sani e sereni. 

Personalmente quando mi relaziono ad un bambino cerco sempre di mettermi nei suoi panni e di capire se il mio atteggiamento potrebbe causarmi fastidi o innervosirmi. Ebbene…se durante il sonno fossi circondata da persone che non si curano della mia necessità di riposo e mi liquidassero con un “devi adattarti”, io ne rimarrei oltremodo indisposta. 

Ma in fondo sono solo bambini…

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La lezione più importante…

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Nonostante il nubifragio non sia ancora concluso…oggi lo posso dire con un assoluto grado di certezza : quanto accaduto a mio figlio Nicola, la sua diagnosi e tutto ciò che ne è derivato, è la lezione di vita più intensa e importante che mi potesse capitare. Chi, come me, deve affrontare quotidianamente la realtà di un figlio ammalatosi per colpa della malasanità, sa bene come sia facile abbandonarsi a sentimenti distruttivi quali la rabbia ed il desiderio di vendetta.  E, nonostante chi ci circonda sia sempre pronto a snocciolare un poco rassicurante “sei forte, ce la farai”, sappiamo bene che in fondo DOBBIAMO essere forti. Anche se l’istinto ci suggerirebbe di fuggire a mille miglia dalla nostra stessa vita per timore di non riuscire ad affrontarla.

Oltre la disperazione, oltre le notti insonni, oltre il desiderio di voler radere al suolo tutto ciò che ci circonda, arriva un momento in cui, almeno per stanchezza fisica, siamo costretti a fermarci. A respirare a pieni polmoni e a prendere coscienza di quel che la vita ci sta sottoponendo. Non esistono bestemmie, urla, piatti rotti durante la furia più accecante che possano consolarci per quanto siamo costretti a vivere. Siamo soli con noi stessi ed effettivamente nessuno può comprendere il nostro stato d’animo, se non chi vive la medesima esperienza.

Ad un certo punto però la forza viene meno, perché tutti i sentimenti di rabbia e di sofferenza che in principio ci avevano portati ad esplodere ora hanno esaurito la loro potente fiamma cominciando a rosicchiarci dal di dentro. Nel cuore e nell’anima. Siamo quindi dinanzi ad un bivio: lasciarci andare o reagire. Non dimenticando mai che abbiamo dei figli che ci HANNO SCELTI e che, se lo han fatto, sono convinti di trovare in noi delle persone abbastanza resistenti da poter affrontare un ostacolo tanto immenso come quella della malattia. Un ostacolo che ha il volto un figlio divenuto autistico a causa di un vaccino. Un figlio che speriamo possa, prima o poi, tornare da noi così come è nato.

E’ in questo preciso stadio della vita che ho cominciato a comprendere che forse avrei dovuto smettere di urlare, smettere di piangere disperatamente, per cominciare invece a chiedermi il perché di una simile prova da affrontare. Il perché di un simile dolore (spesso insopportabile).

Perché proprio a mio figlio? Perché sono caduta nella trappola della disinformazione? Due quesiti che han faticato a trovare risposta , ma da un giorno in poi ho cominciato pian piano a capire. Ho preso ad analizzare le mie due vite: quella pre diagnosi e quella post diagnosi. Confrontandole ho colto un vero abisso fra le due. Ho persino stentato a riconoscere la Federica che viveva in me prima che un camice bianco mi comunicasse la triste notizia. Così ho preso ad analizzare come è mutato il mio stile di vita a partire dall’alimentazione, per proseguire con le frequentazioni ed anche le scelte lavorative (che mi han portata, tra l’altro, a scrivere NON VIVO IN UNA BOLLA) ed educative. Le priorità ed il giusto peso da attribuire agli aspetti realmente importanti della vita : in primis la salute ed il benessere generale della mia famiglia.

Oggi lo so con certezza. Se mio figlio Nicola non stesse affrontando questo percorso (dal quale contiamo esca sano e vincente) io oggi sarei una persona completamente diversa. Non avrei nemmeno preso in mano la mia crescita spirituale (spirituale…non religiosa !!!) che tanto mi ha aperto gli occhi sulle mie potenzialità ed i miei talenti.

E’ tutto molto difficile e doloroso, non posso negarlo, ma è in corso un importante cambiamento, un cambiamento in positivo, e tutto ciò lo devo ai miei più grandi maestri di vita. Nicola, che sta affrontando un’importante lotta personale per il recupero della salute, a soli 5 anni e mezzo di vita, ed Enrico, che dimostra ogni giorno di essere un fratello amorevole ed un figlio attento al mio stesso benessere.

Si suol dire che “tutto accade per un motivo”. Seppur quando viene toccato tuo figlio sia estremamente difficile mantenere un atteggiamento positivo ed ottimista, io ritengo che un messaggio del genere sia in assoluto una delle verità più indiscutibili che esistano. E, fra uno scivolone e l’altro, tra una lacrima e l’altra, faccio del mio meglio per non dimenticarlo mai.

Compassione…non compatimento!

A volte basterebbe fermarsi ad analizzare il VERO significato delle parole, come sono composte, la loro radice, per poter comprendere come esse vengano molto spesso usate in modo improprio. L’esito finale è che il messaggio in esse custodito viene del tutto snaturato. Frainteso. Addirittura stravolto.

Senza voler indossare i panni di linguista, che assolutamente non sono, desidero soffermarmi su due termini che mi stanno molto a cuore. Forse perché, da madre che ha impostato la propria vita sulla pacifica ma determinata lotta contro l’ingiustizia subita dal proprio primogenito, e da altri tanti bambini, molto spesso vorrei sentirmi circondata da sincera e disinteressata compassione. Sottolineo compassione. Non compatimento. Sono queste le parole prese in esame. Parole che spesso vengono utilizzate come fossero sinonimi, ma che in realtà han ben poco in comune.

Compassione (cum passum) trasmette la capacità e la volontà di procedere allo stesso passo. Provando empatia, comprendendo e rispettando lo stato d’animo di chi ci sta accanto. Procedendo al suo fianco, tendendo una mano, ma senza lasciarsi fagocitare dal suo stesso dolore. Cosa che invece accade se ci abbandoniamo al compatimento (con …patimento. La parola si spiega da sé).

Che le parole perdano e disperdano i loro più intimi significati nel corso del tempo è cosa che accade di frequente, ma ritengo sarebbe opportuno soffermarsi di tanto in tanto a ritrovare la bellezza in loro insita. A riscoprirne il reale messaggio. 

La parola compassione, ad esempio, racchiude in sé una bellezza sconfinata. Se dovessi rappresentarla tramite un dipinto vedrei due anime che procedono allo stesso passo laddove il più forte sostiene il più debole, zoppicante e malconcio, ma senza egli stesso zoppicare. Anzi, conservando tutta la sua forza fisica e spirituale. Finché il debole, passo dopo passo, non riesca a raddrizzare schiena e gambe per riprendere a camminare in autonomia nel percorso della Vita. 

Un’altra efficace immagine che mi viene spesso proposta da mio marito è quella di due piccole barche che procedono vicine in un lago. La prima è solida e ben strutturata. La seconda invece è rimasta lacerata e comincia ad affondare. La compassione ha luogo nel momento in cui il passeggero della barca integra porge una mano al suo vicino per aiutarlo a salvarsi dall’annegamento, facendo ben attenzione però a non salire egli stesso sull’imbarcazione che sta affondando.

Senza empatia però, almeno a mio avviso, la compassione non può trovare dimora nel cuore delle persone. E credo che sia un sentimento congenito, difficilmente “allenabile”, in quanto prevede prima di tutto spontaneità e sincero altruismo.